lunedì, Aprile 22 2024

La prima novella narrata durante la prima giornata da Panfilo – uno dei membri dell’allegra brigata – nel Decamerone di Boccaccio, ed ambientata in Francia, ha come protagonista la nascente borghesia dei mercanti toscani che si recavano a Parigi per il commercio, e in particolare un pratese…

Musciatto di Messer Guido Franzesi, un ricco mercante che abitava in Francia, necessitava di un uomo che fosse infinitamente malvagio, per riscuotere i debiti ai propri clienti borgognoni, considerati gente di malaffare. Così gli venne in mente tale Ser Ciappelletto da Prato (nella foto di copertina interpretato dall’attore Franco Citti nel film Il Decameron di Pasolini), che aveva già avuto modo di ospitare a Parigi; di professione notaio, ma avvezzo allo spergiuro, seminatore di discordia e scandali, omicida, bestemmiatore, fedifrago, goloso, bevitore e giocatore d’azzardo, al punto da essere ritenuto dall’autore il peggior uomo mai nato. Egli era divenuto famoso di vincere tutte le cause pur giurando il falso.

Aveva oltre modo piacere, e forte vi studiava, in commettere tra amici e parenti e qualunque altra persona mali e inimicizie e scandali, de’ quali quanto maggiori mali vedeva seguire tanto più d’allegrezza prendea. Invitato a uno omicidio o a qualunque altra rea cosa, senza negarlo mai, volenterosamente v’andava, e più volte a fedire e a uccidere uomini con le proprie mani si ritrovò volentieri. Bestemmiatore di Dio e de’ Santi era grandissimo, e per ogni piccola cosa, sì come colui che più che alcuno altro era iracundo.

Ospitato in Borgogna da due fratelli fiorentini usurai, amici di Franzesi, in poco tempo Ser Ciappelletto si ammalò, riducendosi in fin di vita. I due mercanti, conoscendo le bassezze compiute dal loro ospite, non sapevano cosa fare: dovevano ad ogni costo seppellire il moribondo in terreno consacrato facendolo confessare e dargli l’estrema unzione, altrimenti sarebbe stato uno scandalo per la propria casa e i loro creditori – i malvagi borgognoni – che li avrebbero creduti a buon titolo dei ladri, e si sarebbero rifiutati di pagarli. Ma allo stesso tempo non speravano assolutamente che un canonico, venuto a conoscenza della condotta di Ciappelletto, gli potesse accordare il perdono. Ma Ciappelletto, dopo aver sentito il dialogo preoccupato tra i padroni di casa, decise di toglierli dall’imbarazzo chiedendo lui stesso un confessore.

Venne allora chiamato un frate, con il quale il pratese durante la confessione, dette il meglio di sé -non facendo ormai per lui differenza un peccato in più o in meno – diede sfogo alla propria capacità oratoria, nonché fantasia e faccia tosta, inventandosi una serie di enormi fandonie, come se egli fosse stato l’uomo più pio e timorato di Dio sulla terra.

 

Disse allora il frate: – O altro hai tu fatto?
– Messer sì, – rispose Ser Ciappelletto – ché io, non avvedendomene, sputai una volta nella chiesa di Dio.
Il frate cominciò a sorridere e disse:
– Figliuol mio, cotesta non è cosa da curarsene: noi, che siamo religiosi, tutto il dì vi sputiamo.
Disse allora Ser Ciappelletto:
– E voi fate gran villania, per ciò che niuna cosa si convien tener netta come il santo tempio, nel quale si rende sacrificio a Dio.

 

La sua recitazione ebbe tanto effetto che il frate ne rimase profondamente colpito, tanto da ottenere la remissione dei peccati e la confessione, ma non solo.Infatti di lì a poco Ciappelletto morì e presto si sparse la voce della confessione di un sant’uomo; gli vennero concessi i funerali solenni, ai quali partecipò tutta la cittadinanza. Le genti iniziarono subito a venerarlo, con il beneplacito dei frati, strappandogli le vesti per conservarle come reliquie. Ben presto venne proclamato San Ciappelletto da Prato.

Alcuni storici hanno scoperto come effettivamente sia vissuto un Ciappelletto o Cepparello da Prato, documentato verso la fine del Duecento in Francia quale riscossore di decime e di taglie per il re Filippo il Bello e per Bonifacio VIII. A questo personaggio realmente esistito potrebbe essersi ispirato Boccaccio, anche se costui era ammogliato, aveva figli, e nel 1304 viveva ancora a Prato.

La novella ci fa ben comprendere come la classe mercantile fosse vista dalla maggior parte dei benpensanti, così come viene rimarcata l’ingenuità di alcuni uomini di chiesa, con una forte valorizzazione dell’ingegno individuale per sapersi districare da vicende complicate, il tutto condito dal gusto alla beffa tipico boccaccesco.

 

 

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